Jetzt kommt die Flut

Si potrebbe dire che l’astuzia non è un dono di tutti, ma il caso di Carmine Ronato andava ben oltre la speranza umana. Di solito si pensa ad una tara mentale, ma non era il suo caso: lui era proprio scemo. Gli vennero fatti dei test su disturbi della personalità, ma risultò solo che era scemo. Provarono a vedere se avesse disturbi dell’apprendimento, ma risultò solo scemo. Gli misero un paio di occhiali per capire se leggeva in quel modo a causa di qualche disturbo della vista, ma risultò solo che era scemo.

Carmine era scemo, certo, ma non era uno di quegli scemi che facevano compassione. Persino San Giuseppe gli avrebbe spaccato un bastone in testa. Il suo problema era, sicuramente, l’arroganza. Carmine era la classica persona fanfarona, spaccona, senza nessun pregio. Il peggio è che non lo sapeva. Quando si presentava alla gente, Carmine era convinto di fare bella figura, e aveva tanta fiducia in sé stesso. Quello che lo tradiva era la patta, perennemente aperta, gli aloni gialli sotto le ascelle, lo sguardo tenebroso a la Ben Turpin, la voce stridula e irritante e la parlata completamente sfasata, titubante e con i tempi verbali incorretti. Ciò nonostante, Carmine si sentiva furbo e fiero di sé stesso.

Un bel giorno, Carmine, decise di fondare la sua band black metal, intitolata Mortix, benché non sapesse suonare nessuno strumento, e la sua voce fosse adatta al massimo per una coverband di Alvin & The Chipmunks. Ma nonostante tutto non si scoraggiava: “Io ci provo, e voi?” diceva sempre con un sorriso sprezzante e che dimostrava che oltre alla voce aveva anche altro in comune con i Chipmunks. Cominciò così a tappezzare le bacheche pubbliche di annunci. Poiché non era ben sicuro di che strumento avrebbe suonato nei Mortix, Carmine preparò versioni diverse del suo stesso annuncio: “cantante cerca…”, “bassista cerca…”, “tastierista cerca…”, “chitarrista cerca…”. Dopo averli appesi, se ne tornò a casa tranquillo. Logicamente, ogni anima viva del paese, vedendo l’indirizzo e-mail di Carmine e il suo numero di telefono, evitò di avvicinarsi minimamente all’annuncio. Ed evitò anche di stracciarlo: nessuno di loro voleva avere a che fare minimamente con quell’individuo. Così, passarono i mesi, e il telefono di Carmine rimaneva immobile. Anche la mail di Carmine rimaneva completamente vuota, a parte qualche messaggio con il subject  ”Pipìvecchiaporca”, “Analcreampie”, “DirtysanchezXXX” e “Pompino birichino”.

A questo punto, è necessario specificare, che Carmine non ricordava mai il suo numero di telefono e tanto meno il suo indirizzo e-mail, sebbene quest’ultimo fosse semplicemente costituito dal suo nome e dal suo cognome. Perché? Perché era scemo.

Comunque, passarono i mesi e il gruppo dei Mortix non si era ancora formato. Così, decise di attuare la strategia alternativa: sarebbe sceso lui in città e avrebbe telefonato alle varie persone in cerca di una band. Notò dei manifesti che, per qualche motivo, attirarono la sua attenzione:  ”cantante cerca…”, “bassista cerca…”, “tastierista cerca…”, “chitarrista cerca…”. Li prese tutti e si appuntò i numeri di telefono e gli indirizzi e-mail che, curiosamente, combaciavano. All’inizio Carmine pensò che appartenessero tutti alla stessa persona ma poi realizzò: “sicuramente è una di quelle band vecchio stile che vivono tutti nella stessa casa”! E così, ancora più eccitato, corse subito a telefonare. Evidentemente, però, la richiesta doveva essere molto alta perché il numero di telefono era perennemente occupato. Stufo di vari tentativi a vuoto, Carmine decise di mandare una mail a tutti. “Ciao, sono interessato alla tua proposta e vorrei fondare un gruppo death metal chiamato Mortix”. Inviò il messaggio e, nemmeno il tempo di andare in bagno, che subito la risposta era arrivata. Eccitatissimo, Carmine aprì la mail ricevuta. Diceva: ”Ciao, sono interessato alla tua proposta e vorrei fondare un gruppo death metal chiamato Mortix”. Finalmente ce l’aveva fatta!

Cominciò subito a telefonare ai vari locali, ma tutti, riconoscendo la voce, gli attaccarono il telefono in faccia. “Stupidi stolti gelosi del mio genio che fanno di tutto per boicottarmi” pensava Carmine, e continuava a telefonare. Finalmente trovò il numero di un locale che aveva appena aperto: The Blarney Stone. Il gestore era appena arrivato in città, ed era un ragazzo giovane che non aveva tardato a farsi varie amicizie, ma che, non aveva mai sentito parlare di Carmine. Perché nessuno gli aveva mai parlato di Carmine? Perché Carmine era scemo e nessuno voleva parlare di lui. Ad ogni modo, Carmine finalmente riuscì a fissare la data della sua esibizione al 10 Agosto.

Nel frattempo, il Blarney Stone cominciava a prendere piede, e tutti i giovani in città cominciarono ad affezionarsi al posto. Presto saltò fuori, nel calendario, che il 10 Agosto avrebbe suonato un gruppo, ma il gestore, sfortunatamente, si era dimenticato il nome. “Non ti preoccupare, Giacomantonio” dissero i ragazzi “conosciamo tutti i gruppi qua in zona, basta che tu ci dica chi ha telefonato e noi ti identificheremo subito il nome del gruppo”. “Boh, un certo Carmine Ronato, mai sentito nominare prima”. “Ah, quello? Sì sì, li conosciamo, si chiamano Scemox” dissero in coro e scoppiarono a ridere, dimenticandosene. “Ah sì,” risposte Giacomantonio “ricordo che era una cosa con la x alla fine”.

Nel frattempo, però, il fatidico 10 Agosto si avvicinava e Carmine era sempre più eccitato. Tuttavia qualcosa non andava: ogni volta che provava a scrivere qualcosa ai membri del suo gruppo rispondevano in maniera strana. Ad esempio, un pomeriggio, passò tutto il giorno a dirsi “Ciao!” con i suoi nuovi bandmates, senza riuscire a parlare d’altro. E ogni volta che ricordava loro che “il 10 Agosto si suona!” gli arrivava una risposta che diceva che “il 10 Agosto si suona!”. Ma erano gli unici a voler suonare con lui, e non poteva certo lamentarsi. Il 10 Agosto finalmente si presentò al Blarney Stone e trovò scritto: “Questa sera, al Blarney Stone, in concerto SCEMOX”. Carmine si agitò tantissimo: “Dovevamo suonare noi Mortix! Chi sono questi Scemox?”. Provò a telefonare a gli altri, ma il segnale era sempre occupato. Aspettò tre ore e alla fine tornò a casa sconsolato. Mandò un messaggio a tutti: “Non è così che ci si comporta”, scrisse. La risposta che gli venne data fu: ”Non è così che ci si comporta”, e Carmine allora si rese conto che anche i suoi bandmates erano come tutti gli altri. Spense il PC e andò al balcone di casa sua. Il 10 Agosto era la notte di San Lorenzo, e il cielo era pieno di stelle cadenti. Carmine cominciò a pensare a lungo e alla fine arrivò alla conclusione che la colpa era sua, solo sua. “Le mie capacità intellettive superiori al resto del mondo non mi hanno però fatto capire come si tratta la gente”. Guardò intensamente una stella e disse ad alta voce: “Io desidero una mente maggiore, così potrò finalmente farmi capire dalla gente”.

Carmine Ronato venne trovato morto due settimane più tardi, con la testa aperta. Inizialmente si pensò ad un omicidio, ma non c’erano tracce di percosse. Il fatto che sembrava inspiegabile è che pareva che il cervello fosse cresciuto improvvisamente. Le cause del decesso vennero inizialmente attribuite all’apertura della scatola cranica, ma in realtà Carmine era morto prima di questo fatto. Il cervello, infatti, aumentando di proporzione aveva fatto schizzare gli occhi come palline da golf (un bulbo oculare venne trovato sulla credenza, mentre l’altro stava su un lampadario, in una stanza della casa accanto), e aveva intasato le vie nasali, impedendo la respirazione.

Carmine avrebbe dovuto specificare cosa intendeva per “mente maggiore” o quantomeno avrebbe dovuto chiedere anche una scatola cranica maggiore. Ma non lo aveva fatto. Perché? Perché era scemo.

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Let’s stick together

Finalmente ci ero riuscito: avevo un appuntamento con Jenny. Jenny era la ragazza verso la quale mi ero preso una cotta, piuttosto esplicita. Avevo passato mesi e mesi tempestandola di SMS, e finalmente la tattica si era rivelata corretta.

Le cose non mi stavano andando così male: finalmente ero riuscito a portare a termine alcune cose a cui stavo lavorando da tempo e la mia autostima era a mille: in questo modo avrei potuto ambire a una sorta di premio per tutto il duro lavoro che mi aveva affaticato.

Non dimenticherò mai quel giorno: ogni particolare è rimasto stampato nella mia mente come note su un nastro magnetico. Mi alzai alle 9 e mezza dopo aver temporeggiato sotto le coperte per una mezz’oretta, feci colazione con pane, burro, marmellata e thé caldo, mi infilai sotto la doccia e pranzai con una spigola al forno. Forse avrei dovuto mangiare qualcosa di più sostanzioso, vista la prova che mi attendeva di pomeriggio, ma tant’è… non avevo poi molto appetito.

Verso le 3 di pomeriggio cominciai a prepararmi per l’appuntamento. Mi sciacquai la faccia, ci misi sopra del dopobarba, presi il rasoio e cominciai a radermi. Mentre mi fissavo allo specchio notai qualcosa di strano: come una sorta di pellicina sotto l’occhio sinistro. “Che strano” pensai “come cavolo mi sono procurato quel taglietto?”. Cominciai a sfilare la pellicina, e mi resi conto che era peggiore di quello che mi immaginavo: mentre la tiravo, non solo scendeva tantissimo, ma sembrava proseguire a fondo faccia in una sorta di curva a U che risaliva. Non avevo mai sentito parlare di una cosa del genere e, logicamente, doveva capitarmi proprio durante il giorno dell’appuntamento: mi sentii un misto tra Charlie Brown, Paperino e Wile Coyote. La pellicina, peraltro, rivelava una carnagione leggermente differente: sembrava che qualche coglione si fosse divertito a tracciare una riga di evidenziatore sulla mia faccia. “Cazzo, forse è meglio che mi fermi qua, altrimenti per pareggiare il colore dovrei spellare tutta la faccia”. A quel punto mi accorsi, però, che il mio dito stava affondando nella pelle e si stava incastrando. Solo in quel momento cominciai ad agitarmi. Cominciai a tirare, ma era troppo tardi: il dito si era conficcato e cominciava pure a fare male. Non era possibile: non a me, non in quel giorno, non adesso!

Tirai con tutta la forza che potei e il dito finalmente si staccò, ma la potenza fu talmente grande da scaraventarmi al suolo e farmi picchiare la testa contro il bordo della vasca. Mi alzai dolorante, guardai il lavandino e, con orrore, mi resi conto che il dito non era l’unica cosa che era venuta via dalla mia faccia. Sul lavello giaceva, infatti, inerme, il mio occhio sinistro, che fissava in un punto non meglio precisato del bagno. Pieno di terrore mi guardai il viso allo specchio. A dire il vero non so nemmeno se il mio fosse più un viso: il lato destro era al suo posto, immutato, ma il lato sinistro era aperto come un dizionario. La cosa strana è che avrei, quantomeno, dovuto soffrire come un cane, e invece avevo appena perso un occhio e metà faccia senza il minimo dolore, e quasi senza spargimento di sangue, a parte un lieve fiotto che usciva da dove prima c’era il mio occhio. Mentre cercavo di riordinare le idee e di capire come uscire da questa situazione perlomeno sgradevole, il cellulare cominciò a squillare. Il display segnava 8675309: era Jenny. Non c’era scampo. Per quanto odiassi il pensiero, dovevo annullare l’appuntamento.

“Pronto?”
“Ciao! Ci troviamo tra un’ora ai giardini?”
“No, Jenny, mi dispiace, ma temo proprio che dovremo rimandare”
“Ah” (pausa) “come mai?”
Inspirai profondamente. “Vedi” dissi “mi stavo facendo la barba, quando…”

A quel punto mi bloccai: come potevo dirle una cosa del genere? Come avrei potuto dirle che non venivo all’appuntamento perché ero senza metà faccia? Ci avrebbe creduto? E nel caso ci avesse creduto, avrebbe precluso ogni mio appuntamento con lei in futuro o sarebbe comunque uscita con un uomo che sembrava uscito da un film di Batman? Decisi che non era il caso di rischiare.

“Pronto? Allora?”
“Sì, scusami” proseguii “niente, mi stavo facendo la barba e mi sono fatto un brutto taglio. Mi fa proprio male, male, male, male. Temo che non potremo uscire oggi”
“Ma stai scherzando?” disse in tono seccato “Mi sono presa un giorno libero per poter uscire con te”
“Lo so, perdonami, ma non mi è proprio possibile. Possiamo fare un altro giorno questa settimana se vuoi”
“Lascia stare, ho già capito come funziona con te. Sei uno che trova sempre delle scuse assurde per non affrontare i rischi. Mi dispiace, ma non potrebbe mai funzionare tra noi due. E dire che stavo cominciando a ritenerti una persona interessante. Meglio averlo scoperto adesso, piuttosto che dopo un mese di relazione. Ci sentiamo, stammi bene”

Per il nervoso stavo per mettermi a piangere, ma mi ricordai che ero pur sempre senza un occhio. Sapete, non è esattamente una di quelle cose a cui ci si abitua in fretta…
Forse era il caso di chiamare un’ambulanza, ma i medici mi erano sempre stati sulle palle, fin da quando ero piccolo e uno di loro mi aveva infilato una supposta a tradimento, usando il trucco dell’aeroplanino che entra nell’hangar. Per cui decisi di provare da solo, e solo nel caso avessi peggiorato la situazione avrei chiamato l’ospedale.

Presi in mano il mio occhio. La sensazione non era molto piacevole, ma non lo era di meno di quella di avere un buco nella parte superiore del lato sinistro della faccia. Cominciai a spingerlo dentro il buco (niente allusioni, per favore) e ce la feci. Rimaneva il fatto che il resto della faccia era squarciato, ma con ago e filo sarebbe tornato tutto normale. Voltai la testa e sentii una sensazione strana. Mi rigirai di scatto verso lo specchio e la sensazione si accentuò ulteriormente. Ancora più scosso, finalmente guardai il mio riflesso e mi resi che l’occhio stava scivolando verso l’interno della mia faccia. Cercai di prenderlo, ma feci solo peggio: accidentalmente lo spinsi giù ulteriormente e lo sentii passare all’interno della mia faccia, fino a scendere giù per la gola. Perfetto.

“A questo punto”, pensai, “forse è meglio chiamare l’ospedale e vedere se riescono a fare qualcosa”., Per cui composi il numero e feci partire la chiamata.
“Buongiorno, qui parla il centralino dell’ospedale”
“Buongiorno” dissi con calma “avrei urgente bisogno di un’ambulanza”
“Certo” disse ironico il centralinista “e io vorrei prendere un caffè. Sono seduto qua da 10 ore e mi sto rompendo le palle. Hai idea di quanto sia fastidioso questo lavoro? Torna a giocare con i Pokémon e lasciaci lavorare” e riagganciò.

Ma che cazzo? Ricomposi immediatamente il numero.
“Buongiorno, qui parla il centralino dell’ospedale” disse di nuovo lo stesso centralinista
“Senta un po’, signor lavoro fastidioso, sono lo stesso di prima e le dico che ho VERAMENTE bisogno di un’ambulanza e non sto facendo uno scherzo telefonico”
“Si calmi, e mi esponga un po’ i motivi per cui le serve un’ambulanza”
“Beh, non so come, ma sono riuscito ad aprirmi metà faccia semplicemente tirando una pellicina. Non pago, ho pure ingoiato un mio occhio, e non so cosa fare”
“Non si preoccupi, è una cosa meno grave di ciò che sembra”
“Davvero?”
“Certo, è capitato a diversi pazienti. Adesso le spiego cosa deve fare: prenda una bella purga, si sieda sul water, aspetti che l’occhio esca e se lo riattacchi. Faccia attenzione a pulire bene e a non attaccarsi un pezzo di sterco al posto dell’occhio. Anche se, nel tuo caso, non si noterebbe la differenza. Sì, ti ho appena dato del pezzo di merda. Ascolta, probabilmente prima non sono stato abbastanza chiaro, e siccome sono una persona di buon cuore te lo spiegherò una seconda volta: i tuoi scherzi non fanno ridere. Magari sono divertentissimi ma non fanno ridere. Non fanno ridere me che sto seduto qua a rispondere per 15 ore, per uno stipendio che non mi consente nemmeno di sfamare la mia petulante moglie e i miei petulanti figli. Ho un maschio e una femmina, nel caso ti interessi. Il primo ha scoperto il piacere della tecnologia e compra cianfrusaglie che regolarmente si spaccano e rimpiazza acquistandone di nuove, invece di chiedere la garanzia e la seconda ha scoperto il piacere di tornare a casa all’una dopo avermi grattato il portafogli. Insomma, per fartela breve, NON ROMPERE LE PALLE E TROVATI QUALCOSA DI COSTRUTTIVO DA FARE. E’ stato un piacere, arrivederci”, e su questo sfogo da crisi di mezza età riagganciò la cornetta.

Dopo aver assaporato la rinnovata stima verso medici e ospedali, decisi che avrei tirato fuori l’occhio, e l’avrei tirato fuori da solo. Non solo, ma l’avrei pure riattaccato bene, stavolta. Presi un coltellaccio, aprii lo stomaco e cominciai a cercare con la mano l’occhio perduto, ma non sentii niente. Forse era il caso, allora, di cercare un po’ più in basso. Continuai ad incidere, e aprii completamente la pancia. Niente, niente, niente, non c’era più niente. A questo punto, però, il mio corpo era letteralmente diviso a metà. Questo era qualcosa che Saba e Farah Shakeel avrebbero sicuramente apprezzato, ma io no di certo. Cosa potevo fare? Chiamare Jenny? Che aiuto avrebbe potuto darmi? Chiamare il centralinista per la terza volta e magari vedere se questa volta si metteva a piangere al telefono? Decisi di stendermi un attimo sul divano e di rifletterci sopra. Non sapevo veramente che pesci pigliare: non avevo veramente mai sentito nominare una cosa del genere. A forza di pensarci sopra, mi addormentai.

Quando mi risvegliai, però, non ero sul divano. Intorno a me c’era tutto buio. Rapidamente mi toccai la faccia e mi accorsi che era completamente intatta. Mi feci pure un po’ di male infilandomi un dito nell’occhio sinistro, ma per fortuna il bastardo era ancora lì, al suo posto. Perfetto! Era solo un sogno, con chissà quale significato. Finalmente avrei potuto uscire con Jenny!

“Jenny? Quale Jenny?”. Ci pensai sopra. “Non esiste nessuna Jenny! E ora che ci penso, non esiste nemmeno la casa in cui si svolgeva il sogno. Anzi, non ricordo nemmeno di avere avuto una casa in tutta la mia vita. Non ricordo assolutamente niente della mia vita. Oddio, che mi sta succedendo? Un altro incubo?”. Feci per alzarmi, e mi resi conto che non c’era il pavimento. A dire il vero non c’era niente, non potevo neanche muovermi. Il buio intorno a me non era il risultato di una luce spenta: ero semplicemente in una zona immateriale.

Finalmente realizzai il motivo per cui non ricordavo niente della mia vita: io non sono una cosa reale, sono semplicemente il parto della mente stanca di qualcuno, un personaggio di un racconto fittizio. La delusione, come immaginabile, era piuttosto grande. Tutta questa gente che si lamenta della propria esistenza, dovrebbe, invece, essere contenta di esistere davvero: non tutti, come vedete, hanno questa fortuna. Però, tutto sommato c’è qualcosa che mi rende molto felice: se non altro sono il primo personaggio fittizio e immaginario ad avere un incubo con significati Freudiani. Insomma, in assenza di una psiche, me la sono costruita da solo. Io o il mio autore, non so bene. In ogni caso è una cosa che riempe d’orgoglio la mia inesistenza.

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Poems, everybody! The laddie reckons himself as a poet!

Ma che buon odorino!
Gesù bambino è cotto a puntino!
“Cosa state facendo?” grida disperato il vate
“Niente paura, maestro, è buono anche con le patate”

 

(poesia improvvisata in 20 secondi)

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Impressioni di una giornata di pioggia in California #45

Non aveva dormito molto quella notte, e quando si svegliò toccò d’istinto lo spazio accanto a lei, e lo trovò vuoto, come previsto. I trasferimenti lavorativi non fanno mai piacere, ma ci sono dei momenti in cui la vita ti mette alle strette: o ti sacrifichi o ti sacrifichi. E lui era partito, nella tarda notte, senza nemmeno svegliarla, o meglio così credeva. In realtà lei lo aveva ascoltato alzarsi, lavarsi, vestirsi, prendere le valigie e uscire.

Guardò l’orologio. Erano le 8:30. A quest’ora lui sarebbe sicuramente stato in aereo, diretto verso la California. Con un senso di tristezza e di smarrimento si alzò, e quasi si commosse quando vide che prima di partire lui le aveva preparato la colazione. Il caffè era nella cuccuma, e sul tavolo c’erano delle fette di pane tostato imburrate di marmellata, un mazzo di rose, un biglietto e un pacco regalo.

Con il cuore in gola lesse il biglietto:

Amore mio,
Purtroppo a volte i cambiamenti sono necessari: per renderci più forti, per consentirci di continuare a lottare o semplicemente perché sono necessari, come in questo caso. Qualsiasi cosa succeda, sappi che io ti sarò sempre vicino, anche se non fisicamente. Ti telefonerò tutte le sere e sarò il tuo incubo, non ne potrai più di me, e quando tornerò sarai allegra perché almeno ti stresserò di meno, lo prometto. Una parte di me sarà sempre con te,
Il tuo amato

Si commosse, ripose il foglio, scaldò il caffè e addentò una fetta di marmellata. Finalmente aprì il pacco e dentro ci trovò questo.


 

 

 

 

 

(ciao, Lucio.)

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The Twilight Saga IV – The Untold Story

Scartabellando gli archivi della biblioteca di Polesella ho trovato un curioso manoscritto. Analizzandolo meticolosamente mi sono reso conto che la scoperta che avevo appena fatto era di pari importanza a quella che fece Alessandro Manzoni con il manoscritto Spagnolo. Ho trovato la sceneggiatura del quarto film di Twilight, probabilmente rifiutata o non proposta perché troppo avanti. L’autore purtroppo è ignoto, ma l’opera è di una caratura talmente alta che mi sembra veramente un delitto non farle vedere la luce, per cui la propongo qua, sperando che qualcuno apprezzi.

Avevamo lasciato i nostri allegri imbecilli alla fine del terzo film con Bella incinta, pronta a consumare il rito del “finché morte non vi separi” con un morto. Questo manoscritto però ci scaraventa al suolo perché per una volta propone un interrogativo inquietante. Ovvero: Edward è un vampiro. Ovvero: Edward è morto. Ovvero: nel corpo di Edward non scorre sangue. Ovvero: non può avere un’erezione. Inoltre, poiché non scorre sangue nel suo corpo, il pene di Edward  si stacca come una banana marcia, se sottoposto a sforzi notevoli, cosa che effettivamente accade dopo aver consumato il rito del matrimonio.

Tuttavia il nostro Edward è un imbecille e non solo non se ne accorge, ma pensa pure di essere riuscito a mettere incinta Bella, la quale cade in totale depressione. La povera ragazza, infatti, non desiderava altro che avere un figlio, ma con un marito che non solo non è neanche vivo ma non ha neanche più un pisello come si fa?

La soluzione è semplice: bisogna tradirlo, così corre dal suo beneamato Jacob, uno che nel tempo libero si diverte a diventare un lupo. C’è da dire che Jacob non aspettava altro da un po’ di tempo. Anche quando tra lui e Edward Bella scelse Edward, Jacob sapeva che la cosa non sarebbe durata a lungo. Così quando Bella si presenta a casa sua, Jacob la accoglie con una bottiglia di champagne, un disco di Bryan Ferry in sottofondo e un accappatoio da playboy. I due fanno festa tutta la notte. La mattina il seme di Jacob ha irrimediabilmente impregnato Bella, e Jacob è contento perché finalmente è riuscito a sfogare i suoi istinti repressi. Entrambi sono soddisfatti e vivono felici e contenti.

Ma dura poco.

Infatti, durante i vari amplessi, Jacob ha il brutto vizio di trasformarsi in un lupo. Ora, come ben sapete, i lupi, a differenza dei cani, non sono animali domestici e non fanno il bagnetto. Per cui, quando Jacob si trasforma in un lupo si becca le pulci e le zecche, che finiscono nei capelli di Bella. I giorni seguenti Bella manifesta alcune interessanti allergie cutanee. Edward nel frattempo, dopo aver bevuto l’equivalente del Po di birra, si rende conto che non riesce a fare pipì per il semplice motivo di non avere più un pistolino. Facendo mente locale si rende conto che l’ultimo avvistamento del suo pistolino è stato durante l’ultimo rapporto con Bella, molto prima che rimanesse incinta. Quando vede che Bella continua a grattarsi di continuo finalmente fa due più due, prende la macchina, gira per il bosco e quando incontra il lurido cagnaccio lo stira. Una volta, due volte, tre volte. Marcia avanti, marcia indietro, marcia avanti, marcia indietro, marcia avanti, marcia indietro. Dopodiché torna a casa, felice e contento.

Ma dura poco.

Infatti il lupo, come è noto, è una specie protetta. Quando gli animalisti si rendono conto che Edward ha ammazzato in maniera assolutamente cruenta uno degli ultimi esemplari di canis lupus albus vanno su tutte le furie e lo denunciano. Nella fredda mattina di Mercoledì 23 Novembre 2011 la polizia butta giù la porta di casa Cullen e lo porta direttamente in carcere, senza processo. Tanto nei film si fa così. Non viene portato in un carcere qualsiasi però: viene portato in un carcere di animalisti violenti. Qui Edward viene seviziato e sodomizzato di continuo fino a quanto, forse complice il fatto che nel suo corpo non scorre una goccia di sangue, si ritrova improvvisamente aperto a metà.

A questo punto la lega vampiri si riunisce in una casetta di legno sull’albero per discutere sull’accaduto. Il dibattito prevede uno scontro pacifico tra l’associazione FEC (Free Edward Cullen) e CEC (Condamn Edward Cullen). Ma si sa, l’alcool non aiuta molto i dibattiti pacifici. Per cui dopo un po’ i membri del FEC e del CEC cominciano a darsele di santa ragione. Il trambusto fa crollare la casa sull’albero che, spaccandosi al suolo, ammazza la metà di loro. A questo punto i sopravvissuti capiscono l’errore e capiscono che l’amore è meglio dell’odio. Per cui comincia una appassionata e liberale orgia che si protrae fino al mattino. Come ci hanno insegnato i film precedenti, i vampiri, però, al sorgere del sole brillano. Quando arriva il mattino, tutti i vampiri cominciano a brillare contemporaneamente producendo una luce intensissima. L’effetto è più o meno lo stesso di un raggio di sole fatto passare per una lente d’ingrandimento. Il risultato è un voracissimo incendio che distrugge la capanna, incenerendo completamente i poveri vampiri. La sceneggiatura ha quindi una morale alquanto perversa: se avessero continuato ad odiarsi, la metà di loro sarebbe sopravvissuta. E questa sembrerebbe la fine.

Ma Bella? Ci siamo scordati di lei! Nel frattempo, stufa di avere a che fare con le tribolazioni di un imbecille senza pisello che brilla e di uno che ha le pulci, fa le valigie e se ne va di casa. Dopo un po’ conosce un gentiluomo russo, Boris. Boris è timido, goffo e gentile e soprattutto adora il neonato figlio di Bella, anche se per qualche motivo al buio è fosforescente. Dopo qualche mese di relazione i due decidono di andare a vivere in Russia, paese natale di Boris. Qui però, il nostro giovane cambia completamente. Diventa violento, acido e umiliante. Boris, infatti, non è altro che l’equivalente dell’Omino di Burro che accompagna Pinocchio nel paese dei balocchi. Infatti, una volta arrivato in Russia mette per strada Bella e in miniera il piccolo Sigismondo. Quando i due non riescono a terminare il lavoro o a guadagnare abbastanza, si beccano un sacco di botte, e nel frattempo Boris spende tutti i soldi che arrivano in alcool, poker e cocaina. E con questo il film termina davvero, lasciando forse spazio per un seguito che, ovviamente, ci auguriamo tutti di vedere il più presto possibile.

(questo post è basato su un soggetto realmente esistente scritto da Jacopo Muneratti e Giulia Ciampalini)

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“Sono fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni!”

Ovvero una cosa effimera che svanisce al mattino e che può renderti di malumore per il resto della giornata?

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Dilemmi esistenziali

Ma se Brunetta si mette un berretto largo in testa assomiglia di più ad un puffo o a uno dei sette nani?

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